5x1000/

30.7.11

Caccia in Abruzzo: mai così male!

“La Regione dei Parchi è ormai in balia dell’estremismo venatorio di questa maggioranza e di alcuni funzionari dell’Assessorato all’agricoltura”.
Questa è la dura accusa del WWF che oggi in una conferenza stampa ha denunciato quanto sta avvenendo nella predisposizione del calendario venatorio 2011-2012.
In un gioco delle parti al ribasso, da un lato l’Assessorato regionale all’agricoltura ha predisposto una pessima proposta di calendario venatorio che andrà all’esame del Comitato Valutazione d’Impatto Ambientale il prossimo 2 agosto, dall’altro alcuni consiglieri regionali (tra cui Sospiri, Prospero e Iampieri) hanno presentato una proposta di legge al Consiglio regionale per approvare un calendario venatorio triennale che va a premiare le fazioni più oltranziste del mondo venatorio.
Va innanzitutto chiarito che approvare il calendario venatorio con legge regionale, invece con atto amministrativo di Giunta come prevede la legge, è un escamotage per cercare di evitare i ricorsi al TAR che negli ultimi anni bocciavano puntualmente le illegittime scelte filo-venatorie della Regione, poiché risulta giuridicamente difficile impugnare una legge regionale.
Dal punto di vista procedurale, quanto sta accadendo ha dell’incredibile: i funzionari regionali stanno lavorando, secondo la normale procedura amministrativa, su un testo di calendario che diventerà “fantasma” non appena il Consiglio regionale avrà approvato con legge l’altro calendario.
Senza considerare lo scontro istituzionale con il Governo nazionale e la Commissione Europea, visto che viene presentata una proposta di legge senza considerare che già lo scorso anno il Governo ha impugnato davanti alla Corte Costituzionale il calendario venatorio della Regione Abruzzo, approvato sempre con legge.
“I contenuti dei due testi in discussione hanno una sola cosa in comune”, dichiara Dante Caserta, consigliere nazionale WWF, “sono entrambi pessimi. Si tratta di calendari completamente irrispettosi delle normative comunitarie in materia di conservazione della Natura. Quella che era la Regione dei Parchi e della Natura sembra essere in mano ad estremisti che appoggiano le posizioni più retrive dei cacciatori. I funzionari regionali sono arrivati a scrivere che è possibile cacciare specie di anatre ormai rarissime, come il Codone, ammettendo però che vi sono in tutta la regione solo 25 esemplari di questa specie (e i cacciatori sono 15.000!). Questo modo di fare apre un contrasto, non solo con il Governo nazionale, ma anche con la Commissione Europea giustamente preoccupata per una gestione venatoria che sta riducendo allo stremo la fauna selvatica”.
Per questo il WWF, assieme ad altre associazioni, da un lato ha presentato al Comitato VIA osservazioni tecnico-scientifiche sulla proposta dell’Assessorato e dall’altro ha inviato una nota a tutti i consiglieri regionali ricordando che la fauna è patrimonio indisponibile dello Stato e che, votando un calendario venatorio proprio di un organo amministrativo come la Giunta regionale, compiono un atto amministrativo. E su questi atti la Corte Costituzionale ha chiarito che non esiste il principio di immunità che vale per le scelte “politiche” dei consiglieri quando legiferano. Per cui, qualora tale iniziativa si dimostrasse illegittima e causasse danni irreversibili, il WWF valuterà tutte le azioni possibili per fermare questa deregulation venatoria.
Il WWF chiede al Presidente del Consiglio Regionale di fermare la discussione della legge per l’approvazione del calendario triennale, anche in considerazione che presto vi sarà la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge regionale che approvò il calendario venatorio dello scorso anno.
Al Comitato VIA della Regione il WWF chiede di bocciare il calendario venatorio proposto dagli Uffici dell’Assessorato regionale perché manifestamente in contrasto con le normative comunitarie e privo della relazione di incidenza ambientale.

Queste le principali censure del WWF sui due calendari in discussione:
a) Non si rispettano le indicazioni del parere dell’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale (periodi per le specie cacciabili contenuti nelle Linee Guida ISPRA per la predisposizione dei calendari venatori, munizioni con piombo, comparto unico sulla migratoria, ecc.). Non vengono esposti dai proponenti i dati necessari per superare le indicazioni dell'ISPRA (anzi, i numeri esposti nella relazione, come quelli relativi ai tesserini venatori, testimoniano come l’attività venatoria nella Regione sia gestita in forme inaccettabili e del tutto contrarie alle normative nazionali ed internazionali). La giurisprudenza in materia ha chiarito che gli Stati possono disporre limiti generali a tutela delle specie, anche ai fini del rispetto delle normative internazionali. Inoltre esiste l’obbligo del monitoraggio che appare del tutto disatteso da parte dei proponenti. Gli unici dati, peraltro citati in maniera del tutto fuorviante, sono quelli relativi ai censimenti svernanti degli acquatici e si tratta di dati che dovrebbero determinare la chiusura per un gran numero di specie in considerazione del fatto che non vi sono presenze tali da rendere possibile il prelievo, tenendo conto dell’obbligo di mantenere le popolazioni in uno stato favorevole.
b) La relazione allegata alla proposta di calendario dell’Assessorato non può essere in alcun modo interpretata come uno studio di incidenza ambientale (indispensabile per l’espletamento delle procedure di Valutazione di Incidenza Ambientale) in quanto non affronta le problematiche dell’incidenza dell’attività venatoria sulle specie (come Orso bruno, Lupo, Lanario, Grillaio, Pellegrino, Aquila reale, Calandro, Ortolano, ecc.) e sugli habitat protetti dalle direttive europee e sui siti della Rete Natura 2000. Ancora peggio la proposta in discussione al Consiglio regionale nella quale la relazione di incidenza è addirittura assente!
c) La decisione di introdurre il cosiddetto “comparto unico sulla migratoria” contrasta con i principi basilari della Legge quadro nazionale sulla caccia, promuovendo un’attività venatoria scollegata dal contesto ambientale e territoriale. Tale scelta, inoltre, è causa di un forte aumento della pressione venatoria in aree estremamente delicate quali quelle utilizzate dall’Orso e da altre specie prioritarie.
d) I numeri ed i grafici sui ripopolamenti fanno emergere un quadro sconvolgente. Ogni anno si immettono sul territorio migliaia e migliaia di individui di Starna e Fagiano. Secondo i dati forniti dalla Regione vi sarebbe su queste popolazioni un prelievo nell’ordine delle centinaia di individui (e, quindi, rimarrebbero vivi i 9/10 degli animali immessi), ma questo non porta all’insediamento di popolazioni vitali di queste specie. È evidente la totale mancanza di una gestione faunistica corretta che rende necessaria una segnalazione alla Corte dei Conti, visto che si sta parlando di spese per centinaia di migliaia di euro, denaro che viene sottratto ad una gestione faunistica più corretta (realizzazione di censimenti, piani di conservazione delle specie in direttiva, miglioramenti ambientali, ecc.).
e) Il calendario venatorio continua a prevedere l’uso di munizionamento con piombo, nonostante le gravissime implicazioni per la salute umana e l’impatto negativo sulle specie di uccelli necrofagi.
f) È molto grave la proposta di consentire la caccia a specie quali Moretta e Coturnice. La prima, presente in poche decine di esemplari, può essere scambiata facilmente con la Moretta tabaccata, specie in Allegato I della Direttiva Uccelli, concentrata in Abruzzo in alcune aree della Valle del Sangro aperte alla caccia e/o, quando protette, di estensione del tutto limitata. La seconda non ha un contingente tale da poter sostenere un prelievo (e, peraltro, la Regione non riporta alcun dato sulla consistenza della popolazione).
g) I calendari proposti, che dovrebbero basarsi sui migliori dati scientifici disponibili, non sono suffragati da studi fatti dalla Regione, non considerano i piani di gestione delle diverse specie protette né quelli disponibili per le specie cacciabili, non prendono in considerazione le decine di pubblicazioni scientifiche esistenti sulla fauna abruzzese, pubblicate sulle riviste scientifiche nazionali ed internazionali, nonostante queste avrebbero fornito indicazioni utili sull’incidenza dell’attività venatoria sulle specie.

28.7.11

La Riserva regionale del Borsacchio senza pace

Questa mattina si è svolta a L’Aquila l’ennesima riunione della competente Commissione consiliare sulla riperimetrazione della Riserva del Borsacchio.
La riunione era finalizzata ad ascoltare la posizione della nuova Giunta del Comune di Roseto degli Abruzzi: l’incontro non ha però prodotto alcun risultato, perché dalla delegazione del Comune non è emersa una posizione univoca, tenuto anche conto che il Comune è stato chiamato a pronunciarsi su tre diverse proposte di riperimetrazione senza conoscerle.
Ad oggi, infatti, sono state presentate tre diverse proposte di legge di modifica della legge istitutiva. Ci sono quella del consigliere Rabbuffo (Futuro e Libertà) e quella del consigliere D’Alessandro (PD) che vogliono una riperimetrazione della riserva con l’esclusione anche di aree di pregio ambientale e c’è poi la “geniale trovata” del consigliere Venturoni (capogruppo del PDL) che vorrebbe direttamente eliminare il problema, cancellando completamente la riserva!
Il Comitato cittadino per la Riserva naturale del Borsacchio, Italia Nostra e WWF, presenti questa mattina all’audizione, evidenziano come da anni si assiste ad un balletto senza senso: la Regione, prima ha istituito una riserva nei comuni di Roseto degli Abruzzi e di Giulianova in uno dei pochi tratti di costa abruzzese sfuggita alla cementificazione, ed oggi la vuole ridurre se non cancellare.
È dal 2005, anno della sua istituzione, che questa riserva è oggetto di interventi legislativi che hanno cercato di modificarla. La riserva è così sfuggita a diversi tentativi di speculazione, ad iniziare da un megavillaggio turistico proprio nell’area maggiormente integra della riserva.
Negli incontri pubblici organizzati dalle Associazioni e durante le interminabili discussioni nel consiglio regionale si è dimostrato in tutti i modi che le motivazioni alla base della richiesta di riduzione della riserva sono pretestuose e che gli eventuali problemi possono essere risolti in sede di approvazione del Piano di Assetto Naturalistico della riserva.
Non vi sono ragioni reali per rivedere il perimetro della riserva se non quella di venire incontro alle richieste di alcuni campeggiatori, interessati non tanto alle attività di campeggio, quanto alla trasformazione edilizia delle aree di loro pertinenza.

Comitato cittadino per la Riserva naturale del Borsacchio, Italia Nostra e WWF in ogni caso non hanno nessuna intenzione di rinunciare a difendere la riserva! È già stata fatta la richiesta di essere ascoltati dalla Commissione consiliare e si ribadisce l’invito ai Sindaci di Giulianova e Roseto degli Abruzzi di un incontro tecnico al fine di giungere, una volta per tutte, ad un reale chiarimento sulle responsabilità dei ritardi nell’attuazione di quanto previsto dalla legge istitutiva della riserva, sul contratto di quartiere dell’Annunziata di Giulianova e sulle possibili soluzione alle legittime richieste di alcuni operatori locali.

Parchi commissariati. Fino a quando?




PARCO NAZIONALE DEL GRAN SASSO E MONTI DELLA LAGA:
SENZA CONSIGLIO DIRETTIVO DA 1.656 GIORNI

PARCO NAZIONALE DELLA MAIELLA: SENZA CONSIGLIO DIRETTIVO DA 1.362 GIORNI

PARCO REGIONALE SIRENTE VELINO: COMMISSARIATO DA 517 GIORNI



Non ci sono più parole per commentare la situazione degli Enti di gestione dei parchi naturali presenti in Abruzzo.
Più volte il WWF ha evidenziato l’assoluta illegittimità dei lunghissimi commissariamenti e delle mancate nomine degli organi direttivi previsti dalla legge.
La legge nazionale sulle aree naturali protette prevede che un Ente Parco abbia un Presidente ed un Consiglio direttivo nominati dal Ministro dell’Ambiente, d’intesa o sentita la Regione nel cui territorio ricade il Parco. Il Consiglio direttivo (i cui componenti non percepiscono emolumenti, ma un semplice gettone di presenza) deve essere formato da persone con competenze in materia di aree naturali protette designate dalle comunità locali, ministeri, università ed associazioni ambientaliste al fine di garantire il giusto equilibrio tra interessi locali ed interessi nazionali.
Ogni Parco ha poi un direttore che viene nominato dal Ministro dell’Ambiente scegliendo tra una terna indicata dal Consiglio Direttivo di cadidati presenti in un elenco degli idonei a ricoprire il ruolo di Direttore di parco approvato con decreto del Ministero dell'Ambiente ed al quale si accede per titoli.
Ma la situazione dei parchi presenti nella nostra regione, se si esclude il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, è ben diversa da quella prevista dalla legge.
Il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga è privo di un Consiglio Direttivo da 1.656 giorni (più di 4 anni e mezzo).
L’ultimo Presidente con consiglio opeante è stato Walter Mazzitti il cui mandato, insieme a quello dei componenti del Consiglio direttivo, è scaduto il 14 gennaio 2007.
Il 2 marzo 2007, è stato nominato un primo commissario nella persona di Stefano Allavena.
Il 16 luglio 2008 Allavena è stato sostituito come commissario da Giandonato Morra che a sua volta ha lasciato il posto ad Arturo Diaconale il 2 marzo 2009.
Diaconale è stato Commissario fino al 7 luglio 2010 quando è stato nominato Presidente, senza però che contestualmente fosse ricostituito il consiglio direttivo.
Ad oggi, quindi, il Parco è privo del suo organo di gestione.
Al Parco manca un direttore dal 2004 e le sue funzioni sono esercitate da un coordinatore tecnico amministrativo, non presente nell’elenco dei direttori di parchi presso il Ministero dell’Ambiente e la cui nomina viene prorogata da sette anni, ogni volta per pochi mesi.
Il Parco Nazionale della Maiella è privo del Consiglio direttivo da 1.362 giorni (quasi 4 anni).
L’ultimo Consiglio è infatti decaduto il 4 novembre 2007 e non è mai stato rinominato.
Fino al 31 dicembre 2009 è rimasto in carica il Presidente Gianfranco Giuliante che, alla fine del suo mandato, è stato nominato Commissario.
Giuliante è rimasto Commissario fino al 18 febbraio 2011, quando è stato nominato al suo posto Franco Iezzi.
Ad oggi, quindi, il Parco è commissariato.
Il direttore è lo stesso dal 1997 e viene di volta in volta riconfermato senza procedere ad una nuova nomina scegliendo tra la terna di candidati.
Il Parco Regionale Sirente-Velino è commissariato da 517 giorni (1 anno e mezzo) e precisamente dal 26 febbraio 2010 quando il Presidente della Regione, Gianni Chiodi, ha nominato commissario Patrizio Schiazza, il cui mandato è stato più volte prorogato in attesa di una riforma della legge istitutiva dell’Ente Parco che non arriva mai.
Il direttore non è nell’elenco dei direttori di parco presso il Ministero dell’Ambiente.
È evidente a tutti l’illegittimità di questa situazione.
La classe politica non fa quello che stabilisce la legge, ma preferisce nominare commissari i cui mandati, invece di durare pochi mesi come sarebbe giusto, durano anni.
A questo si aggiunge che le persone scelte come presidenti o commissari, il più delle volte, non hanno alcuna competenza in materia ambientale, né tantomeno in conservazione dalla natura che è la finalità principale delle aree naturali protette.

Il WWF auspica che questa situazione sia rapidamente superata e che il Ministero dell’Ambiente e la Regione procedano a ristabilire la corretta gestione degli Enti parco delle aree naturali protette abruzzesi. Ciò al fine di garantire una maggiore condivisione e partecipazione nelle scelte e l’affermazione reale di un sistema di aree protette che possano tutelare la natura e contemporaneamente garantire gli interessi delle comunità locali.

23.7.11

La seconda vita delle cose

Domani, domenica 24 luglio, alle ore 18, presso il Centro visita dell’Oasi WWF dei Calanchi di Atri (TE), in località Colle della Giustizia, si svolgerà l’ultimo dei laboratori della serie “Differenziamoci! La seconda vita delle cose”.

Il laboratorio di domani, rivolto ai bambini, ma interessante anche per gli adulti, illustrerà come i contenitori del latte e dei succhi di frutta (Tetra-pak) possono essere riutilizzati per costruire oggetti e giochi. Attraverso semplici attività manuali i partecipanti potranno scoprire come tutti i rifiuti che produciamo possono avere una seconda vita.

“Si tratta di un modo piacevole”, dichiara Pino Furia, Presidente del WWF Teramo, “per far comprendere ai bambini, ma anche agli adulti, l’importanza della raccolta differenziata e del riciclo dei materiali. L’enorme produzione dei rifiuti che contraddistingue la nostra società deve innanzitutto essere ridotta, ma successivamente devono essere messe in atto tute le azioni per garantire la raccolta differenziata dei rifiuti ed il loro avvio al riciclo, riducendo così le discariche ed il ricorso a pratiche dannose per l’ambiente e la salute umana come l’incenerimento”.

Come gli altri laboratori svolti all’Oasi dei Calanchi di Atri, anche quello di domani sarà completamente gratuito ed aperto alla partecipazione di tutti.




22.7.11

Appennino sotto attacco

Mentre gli amministratori regionali, alcuni sindaci del cratere, sostenuti dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Gianni Letta, hanno annunciano progetti che, ignorando i vincoli ambientali incidono irreparabilmente sulle ricchezze ecologiche delle aree di maggior pregio ambientale della Regione, Associazioni Ambientaliste, movimenti politici, sindacati e comitati di cittadini lanciano una serie di azioni coordinate per contrastare i progetti programmati e delineare uno scenario alternativo di sviluppo duraturo e valorizzazione delle risorse naturali.
Forti e concrete sono le alternative possibili per un territorio già colpito dal terremoto e che ha bisogno di proposte serie e non di visionari e faraonici progetti di sperpero di fondi pubblici, che ne compromettano irrimediabilmente le risorse ambientali.
Lo stesso Ministero dell’Ambiente, in una recente ed esaustiva nota di risposta alle richieste di alcune Associazioni Ambientaliste, ammonisce la Regione Abruzzo e gli Enti Parco interessati, allertando nel contempo la Commissione Europea: secondo il Ministero, nessuna nuova opera può essere autorizzata in deroga alle norme in vigore su Valutazione di Impatto Ambientale, VAS e Valutazione d’Incidenza, giacchè i territori coinvolti sono tutti compresi nella Rete UE Natura 2000.
Sono in corso di predisposizione, a cura di esperti del mondo scientifico ed accademico, dettagliate e concrete linee guida per la tutela e valorizzazione delle risorse ecologiche dell’area aquilana. Una proposta per il turismo e l’economia montana basata sulle migliori conoscenze scientifiche disponibili, che permetta di conservare la qualità delle risorse naturali all’interno di un’offerta turistica, senza sprechi di risorse economiche ed ambientali e senza sottrarre risorse alla ricostruzione.
Molti i progetti, devastanti e anacronistici, presentati lo scorso febbraio con il Protocollo d’Intesa sottoscritto a Roma, a Palazzo Chigi, il 17 febbraio 2011, con grande enfasi. Si tratta di progetti già visti, tirati fuori da vecchi cassetti, a scapito della biodiversità e del paesaggio di zone di particolare pregio del territorio aquilano.
Devastanti perché prevedono prioritariamente la modifica permanente del territorio con infrastrutture sciistiche, funiviarie, campi da golf, lottizzazioni nel cuore del sistema delle aree protette dell’Appennino, in aree ricchissime di biodiversità e risorse ecologiche e per questo ricadenti in zone SIC e ZPS, ai sensi di Direttive Comunitarie, e pertanto sottoposte a rigorosa tutela da parte dell’Unione Europea. Nessuna considerazione, neanche un accenno alla tutela delle specie animali e vegetali, nonché degli habitat di importanza comunitaria.
Anacronistici perché in tali progetti non vi è alcuna novità o analisi delle reali condizioni ed esigenze del territorio, ma solo vecchi progetti più volte bloccati e che oggi si vuole far approvare con procedure di urgenza.
Il Protocollo, pur delineando in premessa, una serie di azioni per la valorizzazione ambientale e agrosilvopastorale, di fatto, poi, nella declinazione programmatico-finanziaria del documento, non fa altro che proporre solo lottizzazioni residenziali, ampliamenti della rete viaria, infrastrutture sciistiche e campi da golf.
Il cemento ed il movimento terra sono, di fatto, l’unico motore dell’intesa: essa sembra unicamente rivolta a sottrarre risorse programmatiche, alla più urgente necessità di ricostruzione dei Centri storici. Interventi devastanti, a forte impatto ambientale e paesaggistico, sono ancora una volta riproposti come volano di ripresa dell’economia delle aree interne.
Le proposte non sembrano neanche rispondere alle reali necessità di lavoro del territorio.

Le criticità rilevate
Le ipotesi di “sviluppo” delineate nel Protocollo appaiono in palese contrasto con il quadro programmatico e pianificatorio vigente a tutti i livelli istituzionali: dalla Legge 394/91 (Legge quadro sui Parchi) ai Decreti istitutivi delle aree protette, dalla Regione alle Provincie ed agli stessi strumenti urbanistici comunali. Tutti gli interventi, ancorché appena delineati, sono in palese contrasto con gli strumenti vigenti; per il loro devastante impatto abbisognano, inoltre, di una Valutazione Ambientale Strategica (VAS) preliminare.
Molti sono gli interventi dati per “cantierabili” che non sono stati sottoposti a nessuna verifica tecnico-ambientale specifica, come ad esempio il collegamento sciistico tra le stazioni invernali di Ovindoli e Campo Felice, nel Parco Regionele Sirente Velino o la “Cittadella della Montagna” che si vuole far nascere in pieno Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.
A rischio sarebbero ambienti di importanza prioritaria, specie di fauna e di flora particolarmente protette a livello nazionale e comunitario nonchè i corridoi ecologici di grande importanza per alcune specie di animali particolarmente protetti, tra cui, prima di tutto, l’orso bruno marsicano, a causa di interventi in evidente contrasto anche con le raccomandazioni del PATOM (Piano di Azione per la Tutela dell’Orso Marsicano) approvato e reso esecutivo dalla Regione con DGR n.469 del 14.6.2010.
Alcuni interventi, come i campi da golf in quota, sono stati più volte bocciati perché incompatibili con la vocazione ambientale dei luoghi e palesemente distruttivi delle unicità floristiche e faunistiche presenti sugli altopiani delle Rocche e di Piani di Pezza.
Il Protocollo delinea uno sviluppo che privilegia pochi comuni, senza prendere in considerazione una piattaforma diffusa di interventi ordinari, più moderati e rispondenti al rilancio ed all’incentivazione di quelle poche “resistenze produttive” sopravvissute e alla ripartenza di iniziative autoctone.
I progetti, se realizzati, comporterebbero la cancellazione dei valori ambientali e paesistici grazie ai quali l’Abruzzo è stato definito la Regione dei Parchi e che costituiscono, se correttamente gestiti, la principale risorsa economica di questi territori, come testimoniano i dati del IX Rapporto sul turismo natura, elaborato dall’Osservatorio Ecotur (Chieti, maggio 2011), che vede i parchi e le aree protette come il segmento più rappresentativo del turismo natura in Italia. Intercettare segmenti di domanda turistica in espansione (turismo verde), abbandonando il miraggio della “monocoltura” dello sci è l’unica alternativa praticabile.
Non sono considerati gli studi sui cambiamenti climatici e i loro effetti, per i prossimi anni, sul manto nevoso (sempre più scarso nella prima parte della stagione invernale), né sulle già scarse riserve idriche. L’acqua, in montagna, è bene indispensabile alla sopravvivenza delle attività agro-silvo-pastorali, nonché dei fragili e delicati ecosistemi montani, e non può essere dirottata su campi da golf e impianti di innevamento artificiale.
Inoltre, a fronte dell’enorme costo energetico e ambientale dell’innevamento artificiale, non è comunque garantito che l’ampliamento del demanio sciabile produca effetti benefici al turismo dell’area. In Italia, il numero degli sciatori ha subito un netto calo tra il 1997 ed il 2004 con una diminuzione del 24%.
Il Protocollo appare perciò non rispondente alle sue stesse premesse, velleitario per i contenuti e le proposte avanzate e illegittimo per le forme e le procedure ipotizzate.
Mentre è fin troppo chiaro che i costi degli interventi ricadrebbero sugli Enti pubblici, con fondi sottratti al rilancio economico di tutto il cratere, non è stata fatta nessuna considerazione sulla praticabilità economico-ambientale degli interventi. Il Protocollo è privo di qualsiasi analisi economica a favore del modello di sviluppo individuato, mentre ve ne sono decine che dimostrano, al contrario, che si tratta di un’impresa fallimentare.

19.7.11

Inceneritori? Il WWF è pronto al confronto!

Nella sua intervista pubblicata su La Città del 15 luglio scorso, il Sen. Tancredi invita noi ed altri ad un confronto pubblico sulla Direttiva 2008/98 e sulla gestione dei rifiuti in Abruzzo.
Per quanto riguarda il WWF, non abbiamo alcun problema ad accogliere l’invito, anche perché è esattamente una delle richieste che avevamo avanzato nel corso della nostra ultima conferenza stampa regionale sul tema. Correttamente la nostra richiesta era stata indirizzata alla Regione, ma certo non ci tiriamo indietro davanti ad un così autorevole rappresentante dell’attuale maggioranza comunale, provinciale, regionale e nazionale.
Garantire la partecipazione ed il confronto con i cittadini e con tutti i portatori d’interesse su scelte così importanti è un preciso obbligo di chi amministra la cosa pubblica, anche per evitare la spiacevole sensazione (per la verità avvalorata da qualche intercettazione letta nei mesi scorsi) che al momento di prendere le decisioni siano più ascoltati gli amici degli amici che la collettività.
Nel merito delle questioni sollevate dal Sen. Tancredi, ed in attesa di questo confronto, ci preme solo ribadire alcune questioni.
Innanzitutto possiamo rassicurare il Senatore. La Direttiva 2008/98 l’abbiamo letta e, proprio perché l’abbiamo letta, sappiamo che l’obiettivo dell’Unione Europea è quello di far diventare l’Europa la “società del riciclo”. Tale obiettivo è chiarissimo fin dal preambolo dove si legge: “Nella risoluzione del 24 febbraio 1997 sulla strategia comunitaria per la gestione dei rifiuti, il Consiglio ha confermato che la priorità principale della gestione dei rifiuti dovrebbe essere la prevenzione ed il riutilizzo e il riciclaggio di materiali dovrebbero preferirsi alla valorizzazione energetica dei rifiuti”.
Del resto è noto a tutti che il bilancio energetico tra quello che si recupera bruciando e quello che si consuma nel ricostruire quanto si è bruciato è sempre in perdita: l’energia eventualmente prodotta attraverso l’incenerimento è minima e si distrugge materia che non potrà più essere recuperata.
Proprio per questo gli impianti di incenerimento hanno bisogno di sostanziosi contributi pubblici sia per la realizzazione che per la gestione: per garantire il funzionamento degli inceneritori il legislatore italiano si è inventato l’equiparazione dei rifiuti alle fonti rinnovabili riconoscendo a chi brucia rifiuti finanziamenti pubblici al pari di chi produce energia dal sole.
Visti i quantitativi di rifiuti prodotti ogni anno in Abruzzo e tenuto conto che la legge fissa l’obiettivo del 65% di raccolta differenziata da avviare a riciclo (ma esistono esempi in cui la raccolta differenziata ha superato l’80%), i rifiuti residui da avviare ad incenerimento non sembrano sufficienti a garantire l’approvvigionamento neppure di un solo inceneritore, visto che già ora la Regione consente di bruciare nei cementifici una parte dei rifiuti raccolti.
La letteratura scientifica è ormai ricchissima di studi che attestano i problemi derivanti su ambiente e salute umana dall’incenerimento: sarebbe utile che i nostri amministratori si facessero promotori di dibattiti sul tema senza assumere aprioristicamente una tesi piuttosto che un’altra, ma offrendo invece occasioni di confronto specializzato che potranno aiutare a compiere le scelte migliori.
L’incenerimento non fa scomparire le discariche perché, al termine della combustione, non si elimina del tutto il volume dei rifiuti, ma semplicemente lo si riduce (rendendo però lo scarto finale molto più pericoloso del materiale originario).
E, infine, la costruzione di un inceneritore richiede anni: se esiste un problema di pre-emergenza rifiuti in Abruzzo, non sembra questo il rimedio più rapido ed efficace.
La classe dirigente abruzzese – di cui il Sen. Tancredi fa parte ormai da molto tempo – è l’unica responsabile della situazione di crisi in cui versa la nostra regione nel settore dei rifiuti. Sia il centrodestra che il centrosinistra hanno avuto il tempo e gli strumenti per decidere e per fare: visti i risultati, dovrebbero riflettere sugli errori commessi ed avere un atteggiamento un po’ meno saccente e un po’ più dialogante.

Dante Caserta
Consigliere nazionale WWF Italia

13.7.11

Una gestione della pesca suicida

La proposta di riforma della Politica Comunitaria della Pesca (PCP) annunciata dalla Commissione Europea non è ambiziosa e ciò richiede da parte di tutti gli attori in gioco uno sforzo preciso e costante per instaurare, a partire dal 2013, una gestione della pesca sostenibile.
Cresce la preoccupazione tra la società civile, l’imprenditoria di settore ed i consumatori per la gestione fallimentare della pesca in Europa degli anni passati. La Politica Comunitaria della Pesca viene riformata ogni dieci anni. Siamo quindi di fronte ad un’occasione unica per affrontare con serietà un processo di riforma che ristabilisca una logica nel come si pesca, permetta il recupero degli stock e riporti fiducia ed opportunità in un settore economico disastrato. Sebbene ci sia qualche elemento positivo, troppo poco si è fatto per promuovere un radicale cambiamento. Ora il tutto passa in mano al Parlamento Europeo e agli Stati Membri, a cui si chiede un atto di responsabilità, coerenza e coscienza.
La proposta, infatti, sottolinea la necessità di portare gli stock ittici a livelli di pesca sostenibile in accordo a criteri scientifici specifici, ma manca completamente di chiari e precisi meccanismi e calendari per ottenere quanto auspicato.
Nelle acque europee, di fatto, il 70% degli stock ittici sono eccessivamente sfruttati. Si pescano più pesci di quanti ne nascono. Specie simbolo come il tonno rosso del Mediterraneo o il baccalà dell’Atlantico sono stati enormemente sfruttati per decenni. L’Europa ha purtroppo sempre mal gestito la pesca ed oggi è indispensabile una vera e propria riforma radicale e coraggiosa della Politica Comunitaria della Pesca.
La proposta della Commissione Europea è carente di una chiara visione per ridurre quello che è il problema centrale della pesca in Europa, la cosiddetta “overcapacity”: abbiamo troppe barche per troppi pochi pesci.
Contiene una messa al bando non efficace dei “rigetti a mare” (l’insulsa pratica di rigettare in mare specie commestibili, ma di scarso valore commerciale). È poi carente nel rispondere alle aspettative degli attori in gioco che chiedono una maggiore regionalizzazione ed una cogestione nel settore. L’Europa pare voler rinunciare ad assumere quel ruolo di leader che potrebbe avere, per responsabilità e cultura, nell’arena della gestione della pesca in ambito internazionale.
Non è poi possibile che un’unica proposta di soluzione del problema delle troppe barche possa adattarsi ad un contesto eterogeneo e complicato che comprende i pescatori di Pesce Spada in Puglia e di Baccalà in Scozia: attrezzi diversi, barche diverse, culture diverse che difficilmente si piegheranno ad un meccanismo poco chiaro. Sembra più che ci si voglia affidare alla “legge del più forte”, e quindi al “mercato”, che ad una gestione basata su elementi scientifici che guardi alla conservazione delle risorse naturali. Si punta ad una industrializzazione della pesca contraria ad ogni ipotesi di mantenimento della pesca tradizionale ed artigianale.
Per questo, in concomitanza con il lancio della proposta di riforma della Politica Comunitaria della Pesca della Commissione Europea, il WWF ha lanciato una petizione indirizzata al Presidente ed ai Membri del Parlamento Europeo che si può firmare sul sito www.wwf.it/petizionepesca.

9.7.11

Gestione dei rifiuti: di cosa ha bisogno l'Abruzzo?

Questa mattina a Pescara, il WWF ha presentato un documento sulla situazione dei rifiuti in Abruzzo.


Produrre meno rifiuti e riciclare, riciclare, riciclare! Per il WWF è questo lo slogan che la Regione Abruzzo dovrebbe lanciare verso i cittadini invece di confondere le idee con proposte obsolete e velleitarie come quelle degli inceneritori.
Da tre anni l'Unione Europea ha stabilito, con la Direttiva 98/2008, che quella europea deve diventare la “società del riciclo”. L'articolo 4 della Direttiva, quello sulla “gerarchia dei rifiuti”, dice chiaramente che prima di parlare di incenerimento bisogna fare di tutto per prevenire la produzione di rifiuti, poi prepararli per il riutilizzo ed assicurare il riciclaggio.
Dopo, e solo dopo, possono essere previsti il recupero di energia e lo smaltimento in discarica. Nel preambolo della Direttiva si può leggere: “nella risoluzione del 24 febbraio 1997 sulla strategia comunitaria per la gestione dei rifiuti, il Consiglio ha confermato che la priorità principale della gestione dei rifiuti dovrebbe essere la prevenzione ed il riutilizzo e il riciclaggio di materiali dovrebbero preferirsi alla valorizzazione energetica dei rifiuti”.
Il Presidente Chiodi ha letto la Direttiva 98/2008 che è tenuto ad attuare? L'Unione Europea peraltro non parla più di obiettivi di raccolta differenziata, ma di obiettivi di effettivo riciclo e riutilizzo di oggetti e materia (che ha un valore sul mercato, oltre agli ovvi benefici ambientali).
Bisogna puntare subito sulla prevenzione della produzione dei rifiuti con politiche industriali capaci di incidere direttamente sui consumi; siamo in enorme ritardo e la piccola diminuzione dei quantitativi dei rifiuti prodotti in Abruzzo negli ultimi due anni è solo legata alla crisi ed al calo dei consumi. Sconforta in questo senso la posizione della Confindustria regionale che appare l'unica forza sociale che appoggia il ricorso all'incenerimento. Il comparto industriale, invece di sposare posizioni retrive a difesa degli interessi monopolistici di pochi rispetto al perseguimento di quello di molti, cosa sta facendo in concreto per ridurre il volume degli imballaggi e la produzione di rifiuti solidi urbani degli stabilimenti?
La grande distribuzione può dare un contributo eccezionale nella riduzione dei rifiuti promuovendo con le Amministrazioni e le altre componenti sociali comportamenti dei consumatori più responsabili, dalla scelta del prodotto al riuso dei materiali.
Per promuovere politiche industriali sostenibili le pubbliche amministrazioni devono adeguarsi immediatamente agli obiettivi posti dal decreto sugli acquisti verdi. Infatti, negli acquisti di beni, gli enti devono verificare che almeno il 30% provenga da materiale riciclato. Il rispetto di questa norma è fondamentale per creare condizioni di mercato favorevoli ed aiutare l'industria a diventare più sostenibile.
Per quanto riguarda la raccolta differenziata nella nostra regione, a 14 anni dal varo del cosiddetto Decreto Ronchi che stabiliva obiettivi precisi sulla gestione dei rifiuti (raccolta differenziata al 15% entro il 1999; 25% entro il 2001 e 35% entro il 2003!) ed a 5 anni dal varo del Testo Unico sull'Ambiente del 2006 (che dava come obiettivo il 45% di differenziata entro il 2008 e pone l'obiettivo del 65% entro il 2012) siamo ancora distanti anni luce dagli obiettivi di legge. Ciò senza voler parlare degli obiettivi di reale riciclo del materiale raccolto con la differenziata.
In Abruzzo produciamo attualmente circa 650.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani. Raggiungendo le quote di differenziata e riciclo previste dalla legge (e si potrebbe fare anche molto meglio) e diminuendo la quantità di rifiuti prodotti, rimarrebbero poco più di centomila tonnellate annue di frazione secca non differenziabile (in realtà esistono tecnologie per riciclare quasi fino al 100% dei materiali). Con questi dati è del tutto evidente che il ricorso all'incenerimento sarebbe totalmente anti-economico, a parte tutte le gravissime questioni connesse all'impatto ambientale e sanitario che pure sono incontrovertibili.
Gli abruzzesi sono pronti ad attuare la raccolta differenziata porta a porta in tutti i comuni. Decine di città, tra cui Teramo, hanno già sposato questa tecnica con risultati straordinari, con punte di oltre il 70% di differenziata. Il problema è che l'Abruzzo soffre della scarsità di impianti di filiera per il recupero e il riciclo, in particolare dell’organico. La differenziata rischia di costare molto perché attualmente l'umido deve essere trasportato fuori regione, a Rovigo, Cesena ecc. con aumento spropositato di costi, non solo economici, ma anche ambientali (basti pensare alle emissioni connesse al trasporto con camion).
Il WWF chiede maggiore trasparenza sugli accordi con impianti fuori regione soprattutto per quanto concerne i prezzi. Sono state fatte adeguate analisi di mercato nella scelta degli impianti? Possono essere pubblicati sui siti i dati (preventivi, ecc.) di queste analisi di mercato?
Nel frattempo bisogna colmare il deficit strutturale nella nostra regione. L'Abruzzo corre il rischio di andare in emergenza sui rifiuti per le gravissime inadempienze e per l'incapacità e la mancanza di volontà di tante amministrazioni che non hanno attivato piattaforme ecologiche già pronte o costruito impianti di compostaggio favorendo di fatto l'attuale regime di gestione dei rifiuti quasi monopolistico.

Il presidente Chiodi e le sue dichiarazioni “incendiarie”
Chiodi si pone e ci pone fuori dall'Unione Europea perché invece di colmare il divario che ci separa dalle regioni più virtuose in tema di gestione dei rifiuti opera per approfondire il baratro che già esiste tra noi e loro. Chiodi – come il suo predecessore Del Turco – non fa altro che parlare di inceneritori che sono macchine complesse che hanno bisogno di enormi quantità di contributi pubblici per essere costruiti e funzionare. Senza finanziamenti pubblici non reggono. Poi ci vogliono anni, se non decenni, per costruirne uno mentre impianti di compostaggio per l'umido e piattaforme ecologiche per il riciclo possono essere realizzate in pochi mesi. Gli inceneritori sono, inoltre, contro il riciclo, come è emerso chiaramente, al di là delle questioni penali, nelle recenti inchieste della Procura di Pescara. Chiodi dimentica di dire che gli inceneritori hanno “fame” di grandi quantità di rifiuti e in una regione piccola come l'Abruzzo, se si opera finalmente per ridurre la produzione di rifiuti e per arrivare al 70/80% (a anche di più) di differenziata e riciclo, rimarrebbe una quantità di rifiuti tale da rendere impossibile anche solo ipotizzare da un punto di vista economico la necessità di qualsiasi tipo di inceneritore. Quindi c'è un problema di logica che Chiodi dovrebbe spiegare: come si fa ad alimentare un inceneritore in Abruzzo se l'Unione Europea dice chiaramente che bisogna produrre meno rifiuti e riciclare prima di bruciare? Si vuole forse puntare ad importare rifiuti da bruciare?
Chi vuole proporre inceneritori è fuori dal tempo, visto che ormai esistono tutte le tecnologie e le filiere per riciclare anche il 100% dei materiali raccolti con la differenziata. Serve solo la volontà politica. Invece Chiodi dedica sostanzialmente tutte le sue conferenze stampa sul tema dei rifiuti per promuovere l'incenerimento invece che dire chiaramente quali sono le priorità di legge. Il Presidente dovrebbe dire ai cittadini e alle aziende: dobbiamo ridurre la produzione dei rifiuti e dobbiamo riciclare. Dobbiamo fare la raccolta differenziata spinta con il porta a porta che sta dando enormi risultati anche in Abruzzo.

Incenerimento, qualità dell'aria e salute
Appare incredibile che il Presidente non accenni al fatto che la Regione Abruzzo non riesce ad assicurare neanche il monitoraggio della qualità dell'aria secondo i criteri del suo stesso Piano approvato nel lontano 2007. L'ARTA non riesce a cercare le diossine per problemi di strumentazione. Figuriamoci se noi cittadini possiamo credere alla capacità di monitorare le emissioni di gas pericolosi che la combustione dei rifiuti comunque provocherebbe. L'emergenza si supera attuando le norme e non cercando scorciatoie che rischiano solo di bloccare per decenni l'Abruzzo su una tecnica di gestione dei rifiuti ormai ritenuta obsoleta anche a livello europeo.
L'incenerimento provoca emissioni estremamente pericolose (IPA; diossine; polveri sottili) e sono decine gli studi scientifici pubblicati su riviste internazionali che associano l'aumento di rischio di alcune patologie (asma; tumori; malattie cardio-circolatorie) alla vicinanza agli inceneritori.

Una breve cronistoria della crisi dei rifiuti in Abruzzo
Una grande responsabilità di questo fallimento lo ascriviamo alla Giunta regionale del presidente Pace che azzerò il piano rifiuti approvato dalla precedente Giunta Falconio bloccando tutto proprio per promuovere gli inceneritori. Non riuscì in 5 lunghi anni ad approvare il “suo” nuovo piano che aveva affidato a consulenti esterni. In quegli anni si allargç il gap rispetto alle altre regioni più virtuose: la raccolta differenziata langue, non si rinnova l'impiantistica adeguandola alla normativa comunitaria ed italiana e non si programma. È in quegli anni che cova sotto la cenere la bomba delle discariche che deflagra nel triennio 2006-2008, con la chiusura, tra denunce del WWF e sequestri della Magistratura, di moltissime discariche la cui gestione era del tutto fuori norma.
In molti casi il percolato andava direttamente nei fiumi. Due sono i simboli di questa situazione: il crollo della discarica La Torre a Teramo che è costato 6 milioni di euro solo per la messa in sicurezza d'emergenza, e il nuovo sversatoio del CIVETA a Cupello costruito ed aperto (grazie ad un'ordinanza sindacale reputata del tutto illegittima dalla Regione - stiamo parlando dello stesse sindaco che ora si è candidato per ospitare l'inceneritore; speriamo che non voglia seguire le stesse procedure adottate per la nuova discarica del CIVETA!) senza aver concluso la procedura della Valutazione di Impatto Ambientale, ora concessa clamorosamente “in sanatoria” a più di due anni di distanza dall'entrata in funzione. Inoltre l'inerzia di regione e consorzi, maturata nel quinquennio della giunta Pace, ha fatto sì che le discariche chiuse in quel periodo rimanessero sostanzialmente abbandonate a loro stesse, mentre la legge ne prevedeva la messa in sicurezza e la bonifica.
Pochi sanno che tuttora esiste una durissima procedura d'infrazione comunitaria per queste discariche che sono ben 37 in tutta la regione.
I consorzi hanno enormi responsabilità nella crisi dei rifiuti che stiamo vivendo non solo per la cattiva gestione degli impianti già esistenti che ha distolto risorse di tempo e di denaro immense (basti pensare che al CIVETA l'anno scorso la regione ha concesso oltre 1 milione di euro per cercare di tamponare una situazione fuori controllo), ma soprattutto per non aver organizzato la raccolta differenziata e non aver realizzato gli impianti collegati al riciclo, come quelli di compostaggio dove portare la frazione umida per farne ottimo terriccio. Hanno invece preferito continuare a saturare le poche discariche ancora in funzione e ad avvantaggiare economicamente i privati che gestiscono questi impianti. Il WWF denuncia da anni questa situazione. Sorprende che Chiodi se ne accorga solo ora. Dimentica che impiegò molto del suo prezioso tempo da amministratore per cercare di ampliare la discarica la Torre, il cui crollo fece comprendere la totale inadeguatezza di quell'idea. Quello commesso da Chiodi quando era sindaco è simile a tanti altri errori fatti da amministratori abruzzesi. Tutto ciò ci ha portato oggi alla follia di dover trasportare a 220 euro a tonnellata l'umido in Emilia Romagna facendo aumentare i costi della differenziata quando basterebbe realizzare impianti di compostaggio in ogni provincia. Ora Chiodi vuole perseverare con l'errore compiuto dal suo collega Pace puntando su inceneritori (e non capiamo perché insiste a chiamarli termovalorizzatori visto che tutta Europa e la stessa direttiva comunitaria 98/2008 li chiama inceneritori).

La localizzazione dei nuovi impianti
Uno dei problemi attuali riguarda le strutture tecniche che non sono adeguate al compito. Basti pensare che ancora oggi la procedura di localizzazione dei nuovi impianti ignora l'uso di tecniche cartografiche che ornai usano tutti in Europa come il GIS. Nella localizzazione di impianti di tale rilevanza è, infatti, indispensabile l'uso delle migliori tecnologie per arrivare ad ipotesi che rispondano a caratteri oggettivi. Il GIS consente intanto di reperire in maniera oggettiva le aree idonee a scala provinciale (ad esempio, si possono individuare tutte le aree della provincia che soddisfano i requisiti minimi posti, come la distanza dai fiumi o quella dalle case) sovrapponendo tante carte tematiche digitalizzate (geologia; suolo; presenza di edifici ecc.). Poi, se vi sono più aree, si procede ad una selezione sempre più fine per mitigare il più possibile l'impatto. Questo eviterebbe contestazioni da parte dei cittadini che spesso è legata alla mancanza di trasparenza sulle procedure che guidano la localizzazione degli impianti.
Il ricorso al TAR del WWF sulla discarica di Gioia dei Marsi (Valle dei Fiori) si basa anche su questo aspetto. Prima di fare ricorso chiedemmo alla regione di usare il GIS, visto che anche il Comitato VIA della Regione aveva evidenziato la criticità del sito posto a 1.000 metri di quota e al di sopra di un acquifero importante, chiedendo al Servizio rifiuti di valutare la non delocalizzabilità dell'impianto. Invece di usare il GIS la Regione si è limitata a chiedere ai sindaci dei comuni dell'area se esistevano altre aree in cui localizzare la discarica (senza neanche indicare i requisiti tecnici). Ad una procedura tecnico-scientifica si è così sostituita una procedura amministrativo-politica! Il WWF ha quindi deciso di depositare il ricorso. La stessa richiesta di usare il GIS è stata avanzata in questi giorni dal WWF per la localizzazione della grande discarica in provincia di Pescara. Si tratta di proposte concrete facilmente percorribili in tempi brevi.

Potenziare il servizio rifiuti regionale
Gli uffici regionali devono essere potenziati da tempo per affrontare le crisi ereditate e la gestione del ciclo secondo parametri europei. Il Dirigente del settore ha lanciato più volte il grido d'allarme, anche se poi appaiono incredibili, con queste premesse, le recenti dichiarazioni volte a sostenere la combustione dei rifiuti visto che il ricorso all'incenerimento comporterebbe l'uso di impianti molto complessi che necessitano di un enorme sforzo per quanto riguarda il controllo.

7.7.11

Fiumi massacrati nel teramano: cosa dicono i tecnici?

Il trattamento riservato al Fiume Tordino qualche anno fa. In pieno contrasto con quanto stabiliscono la legge regionale in materia, le Linee guida fatte dalla stessa Regione per gli interventi in alveo ed il parere dei tecnici.



Pubblichiamo la nota a firma congiunta del Presidente degli Ordini degli Architetti della Provincia di Teramo, Dott. Arch. Giustino Vallese, e del Presidente dell’Ordine dei Geologi della Provincia di Teramo, Dott. Geol. Nicola Tullo, indirizzata al Presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi, al Presidente della Provincia di Teramo, Valter Catarra, ed al Sindaco di Teramo, Maurizio Brucchi in merito agli interventi di “manutenzione” dei corsi d’acqua.

In relazione alle ultime notizie di stampa sulla segnalazione, da parte del WWF di Teramo, di lavori all'interno dell'alveo del Torrente Vezzola, nel Comune di Teramo, vista anche la frequenza di eventi atmosferici “eccezionali” che determinano danni al territorio, i sottoscritti Ordini Professionali desiderano ricordare a tutti gli Enti interessati, le cui competenze sono definite dall'art. 19, comma 10, della Legge Regionale 16 settembre 1998, n. 81 “Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo”, che l’indispensabile ed obbligatoria manutenzione dei corsi d'acqua deve essere compiuta, necessariamente seguendo le direttive specifiche emanate dall’Autorità di Bacino.
La stessa L.R. 81/98 specifica, tra l’altro, che nelle more delle linee guida dell’Autorità di Bacino, i lavori e le attività devono ispirarsi:
- alla salvaguardia della pubblica incolumità nei confronti delle portate di piena ammissibili;
- al recupero ed alla salvaguardia delle caratteristiche naturali ed ambientali degli alvei avendo conto della necessità di non compromettere irreversibilmente le funzioni biologiche del corso d'acqua;
- alla permanenza della vegetazione ripariale;
- alla continuità biologica del corso d'acqua per la fauna ittica;
- ai criteri dell’ingegneria naturalistica.
Ai fini dell’osservanza di detti indirizzi, l’uso di mezzi meccanici in alveo per interventi manutentivi deve essere limitato al massimo.
Successivamente alla norma di cui sopra, la Giunta Regionale con Delibera n. 494 del 30.03.2000 “Atto di indirizzi, criteri e metodi per la realizzazione di interventi sui corsi d’acqua della Regione Abruzzo” ha stabilito i criteri e le direttive a cui devono ispirarsi gli interventi sui corsi d’acqua, che possono riassumersi come segue:
- mantenere in efficienza le opere di difesa esistenti;
- limitare le nuove opere ai punti di effettivo rischio, in particolare a protezione degli abitati, privilegiando le difese trasversali a quelle longitudinali ed utilizzando tecniche di ingegneria naturalistica;
- evitare qualsiasi forma di canalizzazione e geometrizzazione dell’alveo con misure artificiali favorendo la spontanea divagazione delle acque;
- escludere, in assoluto, interventi di impermeabillizzazione dell’alveo consentendo il ricorso all’uso del calcestruzzo solo in casi in cui è posta in essere la tutela della pubblica incolumità;
- ripristinare le naturali aree di espansione dei fiume ed evitare, quindi, la riduzione delle aree inondabili e dei volumi di invaso in caso di piena;
- evitare di eseguire gli interventi in alveo in periodi di riproduzione delle specie esistenti;
- ripristinare le situazioni idrauliche ed ambientali storiche, in particolare quelle vegetazionali.
Inoltre definisce le seguenti tipologie di interventi di manutenzione:
- manutenzione delle arginature in terra...;
- rimozione dei rifiuti solidi...;
- rimozione di materiali organici di origine vegetale.. .;
- taglio selettivo delle formazioni arbustive ripariali: alberi ad alto fusto morti e/o pericolanti, con sostituzione degli stessi con specie a forte radicazione (es. ontano), e della vegetazione infestante;
- rinaturazione delle sponde... mediante tecniche di ingegneria naturalistica;
- riduzione dei detrattori ambientali... ;
- ripristino di protezioni spondali deteriorate o franate in alveo...;
- ripristino della stabilità dei versanti... mediante tecniche di ingegneria naturalistica.
Per quanto sopra, l’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Teramo e l’Ordine dei Geologi dell'Abruzzo, nel ricordare come spesso nel passato si è operato con inopportune modifiche dei corsi d’acqua che hanno compromesso, irreparabilmente, gli ecosistemi degli stessi, a causa di interventi privi di ogni criterio scientifico, aggravando a volte situazioni di pericolo e con inutile sperpero di denaro pubblico, invitano gli Enti che leggono la presente a vigilare affinché qualsiasi
intervento nei corsi d'acqua venga eseguito nel totale rispetto di quanto previsto dalla Delibera di Giunta Regionale n. 494 del 30.03.2000.
Auspicano, inoltre, un coordinamento dei vari interventi di competenza dei singoli Enti, al fine di evitare sovrapposizioni e interferenze affinché l’ambiente fluviale sia considerato, non solo come corso d’acqua, ma come ecosistema complesso che interessa, oltre all’alveo vero e proprio, anche i territori contermini e il delicato ecosistema marino.

5.7.11

A fuoco, a fuoco!

Ieri, nel corso di una cenferenza stampa, il Presidente della Regione, Gianni Chiodi, ha rilanciato alla grande gli inceneritori!
"La valorizzazione energetica dei rifiuti - ha spiegato il Presidente - è una fase inevitabile del ciclo integrato dei rifiuti, sancita dalla norma europea e ormai collaudata a livello di paesi comunitari e di regioni italiane".
Si torna così a parlare di incenerimento dopo i colloqui (intercettati qualche mese fa da parte della magistratura) tra politici, faccendieri ed operatori del servizio dai quali emergeva come due fazioni della maggioranza si litigavano la possibilità di far costruire un inceneritore per accontentare questo o quell'amico.
Se questa volontà di Chiodi fosse confermata, il Presidente si porrebbe e ci porrebbe fuori dall'Unione Europea perché, invece di colmare il divario che ci separa dalle regioni più virtuose in tema di gestione dei rifiuti, vorrebbe operare per approfondire il baratro che già esiste tra noi e loro.
Ormai da tre anni l'Unione Europea ha stabilito, con la direttiva 98/2008, che l'Europa deve diventare la “società del riciclo”. L'art.4 della Direttiva, quello sulla “gerarchia dei rifiuti”, dice chiaramente che prima di parlare di incenerimento bisogna fare di tutto per prevenire la produzione di rifiuti, poi prepararli per il riutilizzo ed assicurare il riciclaggio.
Solo dopo possono essere previsti altri tipi di recupero quale il recupero di energia e lo smaltimento in discarica. Nel preambolo della Direttiva si può leggere “nella risoluzione del 24 febbraio 1997 sulla strategia comunitaria per la gestione dei rifiuti il Consiglio ha confermato che la priorità principale della gestione dei rifiuti dovrebbe essere la prevenzione ed il riutilizzo e il riciclaggio di materiali dovrebbero preferirsi alla valorizzazione energetica dei rifiuti”.
Il Presidente Chiodi ha letto la Direttiva 98/2008 che è tenuto ad attuare?
Non sembra visto che Chiodi non fa altro che parlare di inceneritori che sono macchine complesse che hanno bisogno di enormi quantità di contributi pubblici per essere costruiti e per funzionare. Senza finanziamenti pubblici non funzionano. Poi ci vogliono anni, se non decenni, per costruirne uno mentre impianti di compostaggio per l'umido e piattaforme ecologiche per il riciclo possono essere realizzate in pochi mesi.
Gli inceneritori sono, inoltre, contro il riciclo, come è emerso chiaramente, al di là delle questioni penali, nelle recenti inchieste della Procura di Pescara. Chiodi dimentica di dire, infatti, che gli inceneritori hanno “fame” di grandi quantità di rifiuti e che in una regione piccola come l'Abruzzo, se si operasse finalmente per ridurre la produzione di rifiuti e per arrivare al 70-80% (ma anche di più) di differenziata e riciclo, rimarrebbe una quantità di rifiuti tale da rendere impossibile anche solo ipotizzare da un punto di vista economico qualsiasi tipo di inceneritore.
C'è un problema di logica che Chiodi dovrebbe spiegare: come si fa ad alimentare un inceneritore in Abruzzo se l'Unione Europea dice chiaramente che bisogna produrre meno rifiuti e riciclare prima di bruciare? Si vuole forse puntare ad importare rifiuti da bruciare?
Chi vuole proporre inceneritori è fuori dal tempo visto che ormai esistono tutte le tecnologie e le filiere per riciclare anche il 100% dei materiali raccolti con la differenziata. Serve solo la volontà politica. Invece Chiodi dedica sostanzialmente tutte le sue conferenze stampa sul tema dei rifiuti per promuovere l'incenerimento invece che dire chiaramente quali sono le priorità di legge.
Il Presidente dovrebbe dire ai cittadini e alle aziende: dobbiamo ridurre la produzione dei rifiuti e dobbiamo riciclare. Dobbiamo fare la raccolta differenziata spinta con il porta a porta che sta dando enormi risultati anche in Abruzzo con diversi comuni, tra cui Teramo, che ormai superano anche il 70% di differenziata.Infine è incredibile che il Presidente non accenni al fatto che la Regione Abruzzo non riesce ad assicurare neanche il monitoraggio della qualità dell'aria secondo i criteri del suo stesso Piano approvato nel lontano 2007. L'ARTA non è in grado di cercare le diossine per problemi di strumentazione. Figuriamoci se noi cittadini possiamo credere alla capacità di monitorare le emissioni di gas pericolosi che la combustione dei rifiuti comunque provocherebbe. L'emergenza si supera attuando le norme e non cercando scorciatoie che rischiano solo di bloccare per decenni l'Abruzzo su una tecnica di gestione dei rifiuti ormai ritenuta obsoleta anche a livello europeo.

4.7.11

Borsacchio: la storia infinita...

I recenti interventi del Sindaco di Giulianova, Francesco Mastromauro (nella foto), e del Consigliere regionale Claudio Ruffini offrono l’occasione per rivolgere un appello agli amministratori locali e regionali che da anni si agitano sulla vicenda della Riserva del Borsacchio senza riuscire a risolvere nulla. Questa incapacità di affrontare e risolvere i problemi non ha consentito alla riserva di svolgere quel ruolo di promozione territoriale che le aree naturali protette svolgono.
Per l’ennesima volta invitiamo il Sindaco Mastromauro e tutti coloro che chiedono la riperimetrazione della Riserva del Borsacchio, prendendo come scusa un presunto blocco del contratto di quartiere dell’Annunziata, a rileggere il Piano di Assetto Naturalistico (PAN) della riserva (pagato centinaia di migliaia di euro di fondi regionali e mai adottato).
Nel PAN vengono fatte salve (cioè possono essere applicate) le previsioni del contratto di quartiere! Non vi è alcuna ragione, quindi, per riperimetrare la riserva, ma anzi si deve procedere, come richiesto da anni dalle associazioni, alle definizione del PAN ed all’individuazione dell’organismo di gestione della riserva.
Il contratto di quartiere dell’Annunziata non ha nulla da temere dalla riserva (ma semmai dovrà essere valutato alla luce delle leggi nazionali e regionali che tutelano i corsi d’acqua).
Vale poi la pena di ricordare a tutti che il Piano Territoriale Provinciale ed il relativo piano d’area della media e bassa Val Tordino, alla foce del Tordino, prevedono proprio la realizzazione di un parco fluviale: a chiedere la tutela di quest’area, quindi, non sono solo le associazioni ambientaliste ed i cittadini stanchi di vedere cementificata qualsiasi area verde, ma gli stessi amministratori, a partire da quelli della Provincia.
Una gestione adeguata della riserva sarebbe inoltre l’occasione per riqualificare l’area della foce del Tordino e realizzare il terminale verde della futura Teramo-mare ciclabile quale punto di congiunzione con il corridoio verde adriatico: in questo modo si inizierebbe a fare qualcosa di concreto per la tutela ambientale dopo le tante belle parole spese dagli amministratori di turno nei convegni e negli incontri pubblici.
Ricordiamo che in consiglio regionale sono state fatte molte proposte tese a risolvere anche le problematiche sollevate da alcuni (molto pochi per la verità) campeggiatori di Roseto degli Abruzzi senza dover procedere a nessuna riperimetrazione: se l’obiettivo è migliorare l’offerta dei campeggi, la presenza di una riserva naturale non costituisce certamente un ostacolo e le proposte avanzate lo colgono pienamente; discorso diverso se l’azione di questi operatori turistici nasconde invece la volontà di modificare i campeggi in strutture fisse di tipo residenziale e non ricettivo turistico per cui la richiesta di uscire dalla riserva è semplicemente anticipatrice di una cementificazione ulteriore della nostra costa per meri intenti speculativi.
Rivolgiamo, quindi, l’ennesimo invito a tutti coloro che sono interessati a trovare soluzioni reali affinché si crei un momento di confronto vero così da evitare ancora inutili contrapposizioni o scelte azzardate come l’immotivata riduzione di un’area naturale protetta che, oltre a determinare un passo indietro nella tutela dell’ambiente costiero, avrebbe sicuramente effetti anche su bandiere blu, vele ed altri riconoscimenti ambientali che le Pubbliche Amministrazioni devono meritarsi nei fatti.

Comitato cittadino per la Riserva Naturale Regionale del Borsacchio
Coordinamento Ciclabili Abruzzo Teramano
Italia Nostra

WWF Teramo